La via stretta della legislatura più difficile della Repubblica
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di Gianfranco Morgando - 19 marzo 2013

I risultati inattesi delle elezioni politiche e i loro effetti devastanti sono stati ormai ampiamente commentati. Condivido anch’io l’opinione che ci sia un solo vincitore, il Movimento 5 stelle, e quattro grandi sconfitti. Ho sotto mano i dati del Piemonte: il centro sinistra perde rispetto alle elezioni del 2008, 294.000 voti; il centro destra 557.000; la coalizione centrista raggiunge a malapena i 300.000 voti, ma registra il crollo dell’UDC che praticamente scompare; la coalizione di sinistra arriva a 53.000 voti, rispetto ai 92.000 raggiunti nel 2008 dalla sola Rifondazione Comunista. Lo tsunami evocato in campagna elettorale da molti commentatori è diventato realtà.

Vorrei provare a capire le ragioni di questo fenomeno. Come sempre bisogna guardare al fondo, ai dati strutturali. Non è immaginabile una rivoluzione elettorale di questa portata se non come riflesso di fenomeni profondi che stanno attraversando il paese. Sbaglia chi pensa che ci troviamo di fronte ad una vicenda destinata rapidamente ad essere riassorbita, a degli “errori” degli elettori pronti a rinsavire.

A me pare che ci siano due grandi questioni, che attendevano una risposta, che il sistema politico tradizionale ha dimostrato di non saper dare. La prima questione è il livello raggiunto dalla crisi economica e sociale. La più grave crisi del dopoguerra non accenna a diminuire, e lascia sul terreno un aumento della disoccupazione, una drammatica contrazione dei consumi delle famiglie, una caduta del sistema industriale senza precedenti. Tutto è peggiorato nel corso dell’ultimo anno, nonostante l’enfasi sull’azione del governo Monti che ci ha trattenuti sull’orlo del baratro. La seconda questione è il livello raggiunto dalla crisi della politica. Si tratta di un fenomeno complesso, che comprende l’inefficienza delle istituzioni e della pubblica amministrazione, la crisi etica, le promesse mancate come quella della riforma della legge elettorale fino alla riduzione del numero dei parlamentari.

L’incapacità della politica di affrontare queste problematiche è all’origine di quella che si configura come una vera e propria “crisi di sistema”. Non a caso Grillo annuncia come obiettivo del suo movimento il raggiungimento del 100% dei consensi, cioè l’introduzione di un nuovo sistema politico che ha i tratti del totalitarismo e del regime a partito unico.

Ho provato, nella relazione che ho tenuto alla Direzione regionale del PD, a capire le ragioni per cui il Partito Democratico, ancora dotato di radicamento e di sensori sociali sufficientemente forti, non ha visto quello che stava succedendo. La mia opinione è che abbiamo individuato i fenomeni, ma che le nostre risposte sono state insufficienti o sbagliate.

Una delle costanti delle riflessioni del PD nel corso della campagna elettorale è stata la sottolineatura del legame tra crisi economica e frattura democratica, con la consapevolezza che sul piano economico e sociale dovevano essere date risposte capaci di avere effetti anche sul piano politico. Non è evidentemente bastato. Il PD si è caratterizzato con un profilo di stabilità: la difesa della responsabilità dimostrata con il sostegno al governo Monti, il rifiuto delle facili promesse, l’evocazione di intese più larghe dopo il voto. Io ho condiviso pienamente l’impostazione, ma devo rilevare oggi che non è stata sufficiente, che ha mancato sul piano della più puntuale indicazione programmatica e della individuazione di elementi di radicalità nella proposta tali da conquistare la fiducia di un elettorato ormai tentato dall’abbandono.

Anche sul fronte della crisi della politica si devono onestamente riconoscere gli sforzi del PD: le primarie per affidare ai cittadini la scelta del candidato premier, e per individuare le candidature parlamentari, lo sforzo sulle candidature femminili, la rigidità sul limite dei mandati. Non ha funzionato, non è stato percepito come credibile e sufficiente, tanto da far pensare che ogni sforzo venga interpretato come copertura di vecchie pratiche e perpetuazione di antichi assetti di potere. Il “siete tutti uguali”, diventato quasi un motto della saggezza popolare, ha travolto anche quelle che sembravano difese particolarmente munite.

In questo quadro occorre guardarsi dalle semplificazioni. A pochi giorni di distanza dalle elezioni il dibattito politico sembra oscillare tra due alternative, entrambe a mio avviso insostenibili. Da una parte c’è chi sostiene che l’unica strada praticabile è quella di una grande coalizione tra il PD e il PDL, che viene battezzata in tanti modi (un nuovo governo di responsabilità, di decantazione, di transizione), ma che assume inevitabilmente il profilo di un accordo difensivo contro i barbari alle porte. Dall’altra si vede in un rapporto politico tra il PD e il Movimento 5 stelle la strada per una nuova stagione della politica italiana (“mai più senza i 5 stelle” arriva a dire qualcuno nel campo dei democratici). Due errori, a mio avviso.

Continuo a pensare che al centro della proposta debbano starci i contenuti. Riconosco agli “8 punti” di Bersani il merito di partire dai problemi del paese, e da quelle ragioni di fondo del risultato elettorale da cui sono partito nel mio ragionamento. Si può dire tutto (che sono troppi, che sono troppo generici, che sono troppo ambiziosi), ma non si possono eludere. Serviranno a scongelare un assetto parlamentare irrigidito da una nuova stagione delle ideologie? Non lo so. Certo costituiscono un punto di riferimento per qualunque tentativo di evitare nuove elezioni a tempi brevi.

 

 

 
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